Efficienza energetica cercasi nei Comuni italiani

Si parla spesso di efficienza energetica come di una miniera ancora parzialmente inesplorata. Una risorsa potenzialmente enorme: infatti, dal risparmio energetico negli edifici nel futuro immediato si potrebbero generare 12,8 miliari di investimenti previsti nei prossimi tre anni. Si tratta, come ha evidenziato il Centro Studi del Consiglio nazionale degli Ingegneri (Cni) di un settore, quello appunto dell’efficienza energetica degli edifici, dalle grandi potenzialità di sviluppo e altamente strategico in quanto le nuove costruzioni e le riqualificazioni energetiche possono rappresentare non solo una importante quota del mercato della green economy, ma anche il campo di sperimentazione e di attuazione delle tecnologie innovative oggi a disposizione e in continua evoluzione.

Ma… “esistono tuttavia ancora oggi discrepanze e diversità organizzative da parte degli Enti preposti nell’applicazione delle numerose disposizioni di legge in materia”, evidenziano gli Ingegneri, partendo proprio da questo assunto per uno studio mirato a evidenziare lo stato dell’arte sull’applicazione delle normative specifiche da parte degli enti locali. L’indagine, intitolata L’efficienza energetica nei Comuni presenta i risultati, tra tutti i Comuni capoluogo di provincia e non con più di 50mila abitanti. Hanno risposto 80 dei 172 Comuni contattati (46,5%).

Dalle norme ai Piani alle lacune

Da quanto si legge e si ricorda nel documento del CNI, le nuove normative europee in tema comportano maggiori responsabilità da parte dei Comuni che sono chiamati ad attivarsi ed organizzarsi, non solo provvedendo ad adottare specifici modelli organizzativi o costituendo apposite strutture tecniche, importantissime a livello operativo, per l’attuazione delle misure nel territorio, ma anche dotandosi di figure professionali specialistiche in grado di gestire progetti di efficienza energetica e, allo stesso tempo, di trovare fonti di finanziamento. Uno dei primi passi è l’individuazione di un ufficio specifico e nel 54% dei casi i Comuni hanno agito su questa direttrice. Tale prassi risulta particolarmente diffusa nelle regioni meridionali (in tre quarti dei casi), meno nel Nord-Ovest (un terzo). “Tale risultato andrebbe migliorato in tempi brevi, poiché è un buon indicatore di come la grande maggioranza dei Comuni non stia effettuando il controllo della qualità energetica delle costruzioni edilizie e degli altri interventi”, segnalano gli analisti del Centro Studi. Che ricordano, inoltre, come dal 2008, la Commissione europea abbia promosso il Patto dei Sindaci per stimolare un coinvolgimento attivo degli enti locali nella strategia europea per la sostenibilità energetica. Fin qui ci sono buone notizie, dato che l’84,8% dei Comuni vi ha aderito. I Comuni aderenti sono chiamati a realizzare il Piano di azione per l’energia sostenibile (Paes) e anche su questo terreno i riscontri sono positivi: nel 90% dei casi i Comuni aderenti hanno predisposto il Paes. Il problema è che meno della metà (47,5%) dei Comuni che l’hanno fatto è stata poi in grado di effettuare il monitoraggio biennale previsto. Il dato medio, poi, nasconde un’Italia spaccata in due: se nel Nord Italia, infatti, i comuni in regola col monitoraggio biennale si aggirano intorno ai due terzi, nel Meridione e nel Centro Italia si riducono a meno di un terzo.

Lo strumento operativo del Paes è costituito dal Piano Energetico Comunale (Pec). Ebbene, solo il 39,2% dei Comuni l’ha approvato (nel Sud appena il 14,8%). Non solo: in parecchi casi, si tratta di Piani energetici ormai datati: il 13,8% ha più di 15 anni, mentre solo un terzo circa è stato realizzato negli ultimi 5 anni.

E le cose non vanno bene nemmeno nell’aspetto relativo alle figure professionali delegate al tema: infatti, la normativa, oltre a delineare gli obiettivi e indicare gli strumenti per il miglioramento dell’efficienza energetica, individua alcune figure professionali concretamente operanti nel settore dell’analisi e della certificazione dell’efficienza energetica degli edifici. In particolare i Comuni devono procedere alla nomina di un energy manager, ossia un responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia. “Ora, se è vero che in genere il ruolo è affidato ad un laureato in ingegneria, nel 79,3% dei casi si tratta di figure in carico all’Ente, mentre solo uno su cinque è un consulente esterno – sottolinea il CNI – Questo risultato contribuisce ad avvalorare l’ipotesi che la nomina di un energy manager sia interpretata dai Comuni più come un adempimento formale che una risorsa per il territorio”.

Le barriere che ostacolano l’efficienza

Nelle conclusioni dell’indagine si evidenzia l’esistenza, in tutta Italia, “di alcune barriere di carattere organizzativo e culturale presenti nei Comuni per l’attuazione degli obiettivi nazionali ed europei di efficienza energetica, barriere che, ad oggi, impediscono l’attuazione di una reale politica energetica a livello locale”. La conseguenza, oltre che perdere occasioni importanti, è anche di penalizzare pesantemente i professionisti del settore energetico-impiantistico che vedono sfumare, così, una quantità non indifferente di mancate occasioni professionali.

Viene dunque a mancare uno degli elementi fondamentali della filiera dell’efficienza energetica nazionale, ossia il contributo dei professionisti in possesso di specifiche competenze. La mancanza, o comunque la debolezza di questo anello della catena, produce un “effetto domino” che indebolisce l’intero sistema, con il risultato che l’apporto dei governi locali per ciò che riguarda il conseguimento degli obiettivi nazionali è, al momento, assai ridotto.

È un problema che tocca tutti, anche i liberi professionisti, e che riguarda anche la mancanza di controllo della qualità energetica delle realizzazioni edilizie, causata dalla mancanza di uffici preposti al trattamento di tali temi.

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