Quando la domotica è sociale

L’home automation è uno strumento formidabile per promuovere l’autonomia delle persone, grazie alla sua capacità di adattare soluzioni e tecnologie ai bisogni dei singoli individui. A Illuminotronica si sono confrontati sull’argomento, coadiuvati da Smart Hut, centri di eccellenza, aziende e associazioni territoriali.

Esiste un momento in cui una tecnologia può essere definita “matura”, passando in altri termini dalla fase sperimentale a quella applicativa, senza rinunciare ai continui mutamenti impressi dall’innovazione tecnologica?
A rigor di logica, ogni settore tecnologico ha avuto questo tipo di evoluzione. Basti pensare ai telefonini, che dopo qualche anno di “incubazione” come genere di lusso, è diventato uno strumento imprescindibile per la quotidianità di tutti.

La domotica è diventata adulta?

Per certi versi la domotica è stata protagonista del medesimo processo, anche se non si può ancora dire che sia diventato un settore “adulto”. Fino a qualche anno fa l’home automation era considerato un lusso superfluo, utile a dare note d’accento nelle abitazioni ma complessa da installare e utilizzare, anche a causa della mancanza di hardware di supporto adeguato. Dopo anni di “purgatorio” oggi sembra proprio di essere arrivati a una svolta. La domotica si è avviata verso il superamento di alcuni suoi nodi strutturali (formazione, rapporto con installatori, distribuzione, copertura internet ecc.) e, grazie allo sviluppo delle tecnologie di supporto (smart device, protocolli di integrazione ecc.) è sempre più capace di rispondere alle necessità di una clientela esigente che vuole avere con una spesa contenuta uno strumento utile per la sua sicurezza e benessere. Ma il passaggio fondamentale avviene quando l’astrattezza della tecnologia si confronta con le esigenze concrete del territorio, adeguando le proprie soluzioni alle possibilità che un territorio e quindi la sua comunità offrono. La comunità di un territorio infatti non è solamente l’elenco dei consumatori o clienti potenziali ma anche di soggetti sociali come studenti, anziani, disabili e via elencando. Quando una tecnologia riesce a rispondere ai loro bisogni, allora a nostro giudizio significa che può definirsi “matura”.

La domotica sociale è l’esempio per eccellenza di questo processo. Si può definirla in molti modi, ma qui per brevità possiamo indicarla come quell’insieme di soluzioni e tecnologie volte alla promozione dell’autonomia e indipendenza delle persone all’interno degli spazi abitativi e di relazione. Un argomento affascinante, al quale Illuminotronica ha dedicato una tavola rotonda. A discuterne, coordinati da Smart Hut, associazioni di categoria come UPA Padova, centri di eccellenza come il Centro protesi Inail, aziende sensibili al tema come BTicino e Wtech e progettisti (B Tech), che si sono occupati di progetti di prestigio come le case domotiche presso l’ospedale Niguarda di Milano.

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Quando la domotica diventa una risorsa?

La risposta, come da intervento dell’ing. Davalli di Inail, è da ricercarsi su due direttrici. Da una parte il cuore di questo processo è sicuramente l’integrazione, che si trova in questo caso a dovere mettere in relazione tecnologie eterogenee e non standard. Poi, bisogna considerare che ogni disabilità, che sia di tipo motorio o mentale e cognitiva, ha bisogno di personalizzazione. Adeguamento progettuale che naturalmente poi deve tenere conto della gravità della disabilità.

Oltre al tema dell’integrazione, l’altro elemento chiave della domotica sociale è il sensore, vero e proprio punto di contatto tra il paziente e il sistema di controllo. Lo si può classificare in molti modi, ma è chiaro che è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale perché deve codificare il comando dell’utente, che viene emesso spesso in condizioni particolari.

Alcune accortezze progettuali

In questo tipo di impianti non bisogna essere a tuti i costi iper tecnologici, ma è meglio privilegiare la semplicità delle soluzioni ponendo a mente che è il paziente al centro del progetto.
Sia nel caso del centro protesi Inail sia nell’esperienza dell’ospedale Niguarda di Milano, esistono due piani di intervento per ricostruire l’indipendenza delle persone. Il primo è costituito da una serie di interventi di tipo immediato, finalizzati alla messa in atto di strumenti che ripristinino una forma di mobilità e autonomia. Si tratta di un una specie di kit domotico di prima necessità, che varia in base alle necessità del fruitore. Una volta poi che il paziente esce dalle strutture di assistenza, bisogna costruire a casa della persona un impianto domotico propriamente detto capace di assolvere agli specifici bisogni dell’individuo. Come giustamente sottolineato da Gerardo Antonangeli di B Tech, una casa domotica per persone diversamente abili o a ridotta autonomia deve poi da un punto di vista progettuale concentrare molte funzioni in un singolo comando, a differenza di quanto avviene in un impianto classico e soprattutto deve considerare di essere estremamente semplice da manutenere e costruito con materiali di serie.

Quando parliamo di domotica come di una grande opportunità intendiamo proprio sottolineare il circuito virtuoso che si attiva tra territorio, aziende, associazioni di categoria e professionisti del settore. Siamo infatti convinti che quando la tecnologia affronta e coglie le esigenze concrete delle persone, la sua crescita procede di pari passo con il progresso civile.

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